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“In una parola, è rumeno! Però lui è bulgaro!…

“In una parola, è rumeno! Però lui è bulgaro! Ma che differenza c’è?!”

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Arcadij Tarasov, candidato di scienze storiche, assistente nel Dipartimento della storia della Russia, Facoltà di storia, Università Statale di Mosca

L’epiteto con cui il protagonista del film russo di culto “Il fratello” ha denominato l’atteggiamento verso la Romania non stimolava affatto a conoscere meglio la storia di questa antica nazione cristiana. Fra l’altro, i primi germogli del cristianesimo apparirono sul territorio della futura Romania già nell’epoca paleocristiana. Secondo alcune leggende, vi predicarono l’apostolo Andrea il Primo chiamato e i discepoli più intimi dell’apostolo Paolo. Però, a differenza della Russia o della Bulgaria, non ci fu un atto unico dell’inizio della cristianizzazione dei territori rumeni. Intanto il cristianesimo vi radicava con certezza. Lo testimonia un notevole numero dei martiri nel periodo delle persecuzioni dei cristiani. La formazione del cristianesimo rumeno sotto l’influenza del cattolicesimo romano fu fermata verso la fine dell’epoca del grande reinsediamento dei popoli. Il territorio del bacino del Danubio inferiore risultò isolato dal mondo latino. La storica rumena Carmen Baban scrive che tutta l’organizzazione ecclesiastica sul Danubio inferiore crollò intorno al 600 sotto la pressione delle tribù slave e avare. Separati dall’Occidente dagli ungheresi, pagani prima della cristianizzazione iniziata dal re Stefano il Santo (†1038), e dall’Impero bizantino dagli slavi, stabiliti sulla penisola balcanica, gli avi dei rumeni e dei moldavi contemporanei gradualmente persero i legami con i popoli romanici. Come risultato, all’inizio del X secolo fu l’unico dei popoli romanici che adottò la lingua paleoslava come liturgica e la usò, assieme all’alfabeto slavo, fino ai XVII-XVIII secoli.

Inorno al 1324, fra i Carpazi e il Danubio, nasce il Principato di Valacchia, e dopo 1359 – il Principato moldavo che comprendeva la Moldova, la Bucovina e la Bessarabia. In questi principati cominciarono a formarsi i due popoli fratelli – i valacchi e i moldavi. Nella vita dei principati una grande importanza ci aveva la Chiesa ortodossa locale, la quale, come la Chiesa ortodossa russa, faceva parte del Patriarcato di Costantinopoli. La persona che contribuiva all’avvicinamento fra la tradizione culturale moldava e quella russa all’inizio del XV secolo fu il famoso metropolita ed intellettuale Gregorio Tsamblak. Le opere del metropolita Gregorio Tsamblak come scrittore spirituale, eminente predicatore e un rappresentante della scuola letteraria di Tarnovo (Bulgaria), il quale visse per un periodo in Moldavia, si distribuivano e si rielaboravano nella cultura libraria russa. Più tardi, nelle circostanze del dominio osmano su una parte cospicua del mondo ortodosso, il Principato moldavo diventò, secondo un’espressione felice dello storico russo Anatolij Turilov, una vera “Tarnovo dopo Tarnovo”, cioè un importante centro letterario e un mediatore nel reciproco scambio culturale fra gli slavi meridionali e quelli orientali.  

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Nella seconda metà del XV secolo cominciano i rapporti politici fra i gran principi russi e i signori (in moldavo, gospodari) moldavi. Era l’epoca dei due eminenti capi di stato – Ivan III Vassilievich e Stefano il Grande. Il grande ruolo del signore (gospodar) Stefano come principe ortodosso, che è diventato un simbolo della resistenza e del cristianesimo sotto la pressione dell’Impero turco musulmano e un ideale del servizio disinteressato al dovere, fu molto apprezzato già dai suoi posteri immediati. 

Un contemporaneo biografo di Stefano il Grande dà al suo operato una valutazione seguente: “Le eccezionali qualità personali del principe risultarono davvero utili <...> Dopo la caduta degli stati ortodossi la Moldavia era l’unico “sostegno” dell’Ortodossia nell’Europa Orientale. La Russia si trovava nella situazione della “raccolta” dei territori e non era capace di assumere la tradizione civilizzatrice greco-bizantina che proveniva ancora dagli imperatori romani. Stefano capì tutto il profitto e la responsabilità nei confronti del momento storico e alzò la bandiera del difensore del cristianesimo di tutta l’Europa contro i turchi musulmani. Egli espanse la costruzione delle chiese e dei monasteri in tutto il paese, diede rifugio ai chierici dai paesi balcanici occupati, fece offerte, grandi per il periodo, di denaro e di terreni. Bisogna particolarmente notare gli stretti rapporti fra il principe e i monasteri del Monte Athos in Grecia”.

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Nella prassi dei monarchi di tutto il mondo, uno dei modi più importanti ed efficaci di rafforzare i rapporti d’amicizia e anche d’unione con i principi vicini è il matrimonio dinastico. 

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Tali matrimoni permettono di giudicare il peso politico dei loro partecipanti, le loro preferenze negli affari internazionali, e di catturare sensibilmente i cambiamenti nelle direzioni dei correnti politici. Un esempio è il matrimonio di Elena, figlia di Stefano il Grande, e Ivan il Giovane, figlio maggiore e coprincipe di Ivan III. Per la prima volta Stefano il Grande mandò il suo ambasciatore a Mosca ancora nel 1475. Egli cercava l’unione con il Gran principato di Mosca, che guadagnava forza, e con il suo principe potente, la cui fama si diffondeva oltre i confini della Russia. Anche Ivan III sentì parlare del principe, il quale ebbe seriamente consolidato il Principato moldavo e praticamente da solo tratteneva i turchi al sud dell’Europa Orientale. Il matrimonio dinastico fu vantaggioso per tutti e due principi. Le trattative durarono per un periodo alla fine degli anni 70 – l’inizio degli anni 80 del XV secolo. Finalmente, nel 1482 gli ambasciatori di Ivan III tornarono a Mosca con Elena Stefanovna, in Russia soprannominata “Voloscianka” (Valacca). Presto festeggiarono il matrimonio, nel quale naque il principino Dmitrij (Demetrio), nelle cui vene scorreva il sangue dei due nonni straordinari – Ivan III e Stefano il Grande. In Russia lo chiamavano Dmitrij il Nepote.

Alla fine del principato di Ivan III, presso la corte cominciò una lotta acuta dei clan aristocratici per la successione al trono. Al comando di uno di questi clan c’erano la seconda moglie del principe Sofia Paleologa e suo figlio, il futuro gran principe Vassilij (Basile) III. Al comando dell’altro – Elena la Voloscianka e Dmitrij il Nepote. Le passioni cominciarono ad accendersi dopo la morte di Ivan il Giovane nel 1490. 

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Perso l’erede e coprincipe, Ivan III esitò a lungo nella cessione dei diritti al trono. Finalmente, in febbraio del 1498 Dmitrij fu dichiarato coprincipe. La cerimonia della cessione dell’eredità fu talmente solenne che è stata chiamata la prima incoronazione nella storia russa. Si ritiene che la dichiarazione di Dmitrij il Nepote come coprincipe si sia stata rispecchiata in un’opera eccezionale dell’arte paleorussa – il tessuto ricamato, probabilmente fatto sull’ordinazione di Elena la Valacca. Alcuni sorici sono convinti che il tessuto raffiguri l’uscita solenne di Ivan III con tutta la sua famiglia durante l’incoronazione del 1498. Ivan III è presente sulla sinistra dall’icona della Madre di Dio, lo distinguono la barba grigia biforcuta e il nimbo attorno alla testa come simbolo della sacralità del potere principesco. Dietro Ivan III si trova il futuro gran principe Vassilij III in un cappello alto. Subito dopo di lui c’è Dmitrij il Nepote, ancora adolescente, anche con il nimbo. Però alcuni degli specialisti indicano la mancanza degli argomenti che permetterebbero di confrontare questa immagine con le nostre idee del cerimoniale dell’incoronazione. Cercano di inserire l’iconografia del tessuto ricamato di Elena la Valacca nei processi religiosi non legati all’evento. Bisogna dire che il trionfo del partito moldavo presso la corte moscovita fu breve. Nel 1502 Elena e Dmitrij furono arrestati sull’ordine di Ivan III e morirono in prigione. La linea moldava sul trono russo si stroncò senza avere neanche inizio. Ma i rapporti russo-moldavi non cessarono. Le ricerche contemporanee mostrano che nel periodo fra il 1480 e il 1543 da Mosca alla capitale del Principato moldavo Suceava furono mandate ben 35 ambasciate.

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Nel XVI secolo Mosca diventa un centro di attrazione per molti popoli ortodossi. Per ottenere l’elemosina ci vanno dei gerarchi della Chiesa, ambasciatori delle élite politiche, rappresentanti ordinari dei semplici monasteri da tutto il mondo ortodosso: l’Egitto, la Palestina, il Sinai, i Balcani, il Caucaso. I gran principi e gli zar russi, consapevoli di essere gli unici monarchi ortodossi nel mondo, la cui responsabilità è difendere le Chiese cristiane orientali oppresse dai turchi, offrono il loro sostegno ai supplici. Non ignoravano neanche i monasteri e le chiese in Valacchia e Moldavia. È noto che Ivan Vassilievich il Terribile vi fondò (oppure fece rinascere) un monastero.

In un documento di carattere diplomatico si dice di un convento: “Negli anni passati mandammo un nostro uomo d’affari nella terra valacca, nel monastero costruito dallo zar Ivan Vassilievich...”. La fondazione del monastero, con una certa probabilità, può essere datata con l’inizio della seconda metà del XVI secolo poiché a questo periodo appartiene un interessante fatto della collaborazione fra Ivan il Terribile e il signore moldavo Alessandro IV. Non avendo una traduzione slava dell’opera canonico-ecclesiastica greca di Matteo Blastares “Sintagma alfabetico”, Ivan il Terribile, cui questa opera serviva, decise di commissionare il manoscritto in Moldavia, famosa in quell’epoca per i dotti pastori, e si rivolse al principe moldavo con la richiesta. Alessandro IV incaricò dell’affare il vescovo Macario, uno dei protagonisti ecclesiastici più donati dell’epoca. Il vescovo Macario iniziò il suo lavoro nel 1556. Probabilmente, la composizione del “Sintagma” prese tanto tempo  perché il manoscritto fu spedito a Mosca solo il 18 settembre 1561. Ma nella capitale dello Stato russo non vi arrivò mai: per i motivi sconosciuti il manoscritto rimarrò in un monastero in Galizia. 

Fra i conventi beneficiati da Ivan il Terribile va menzionato il monastero di Bistrița vicino alla città di Iași. È molto probabile che lo zar fece offerte al monastero poiché nella lista commemorativa (un sinodikon) del monastero, tra i nomi dei principi moldavi, vi si legge: “Ivan, zar di Moscovia, e la sua zarina Anastasia, e loro figlio Ivan zarevich, e la figlia Eudokia, e Feodor e Jurij, fratelli dello zar”. Nel 1601 il monastero della Dormizione della Madre di Dio (Uspenskij) a Tihvin ricevette in dono una sindone ricamata con finezza sull’ordinazione di Istoma Osipovich Bezobrazov, maggiordomo dello zar Boris Godunov. Più tardi questa sindone capitò nello stesso monastero di Bistrița.  Forse la sindone era fra gli oggetti religiosi regalati da Boris Godunov al principe Michele il Coraggioso. Sono note le parole degli ambasciatori valacchi: “Sua Maestà lo zar (Boris Godunov) inviò un corredo ecclesiastico, delle icone...”.

Illustration_7.jpgI primi zar della dinastia Romanov continuarono la tradizione dei Rjurikovich nelle opere di beneficenza. Anzi, nei confronti degli altri stati ortodossi i Romanov forse anche superarono i loro predeccessori. 

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Già nel 1613, a nome dello zar Mikhail (Michele) appena eletto, il governo russo offrì del denaro per la costruzione del monastero di Sovezha in Moldavia del Nord. Il figlio e il successore del primo zar dei Romanov, Aleksej (Alessio) Mikhajlovich pure favoriva i moldavi, per esempio, il monastero di Putna. Non sapiamo cosa offrì lo zar al monastero, ma nel sinodikon di Putna il suo nome ci si trova fra gli altri benefattori regnanti. Ne abbiamo una testimonianza grazie anche ad un’altra fonte: nella lettera dei vescovi moldavi allo zar Aleksej Mikhajlovich del 2 giugno 1645, in cui i vescovi gli chiedono di aiutare il vescovo Oreste, si dice che Oreste andò in Russia a raccogliere l’elemosina per il monastero di Putna, nel quale vengono commemorati i gran principi di Moscovia.

In genere, il XVII secolo ha lasciato molte menzioni della beneficenza degli zar. Per esempio, i nomi dei donatori regali si leggono nel sinodikon del monastero di Cozia. Con questo libro i monaci del monastero vagavano in Russia e, grazie alla benedizione del metropolita di Kiev, raccoglievano l’elemosina, inscrivendo i nomi dei donatori nella lista commemorativa. Il vescovo Atanasio Patelarius scrisse allo zar Aleksej Mikhajlovich nel 1654, chiedendo una mitra e gli abiti liturgici poiché egli fu completamente rapinato e non aveva che indossare per le celebrazioni. Lo zar Feodor (Teodoro) Aleksejevich donò una croce preziosa a un monastero in Bucovina. La croce portava l’iscrizione: “Questa croce è stata donata dal gran signore zar e gran principe Feodor Aleksejevich, autocrate di tutta la Grande e la Piccola e la Bianca Russia, al monastero eremita Vozdvizhenskij (dedicato all’Esaltazione della Croce) nel distretto di Galaṭi. L’anno dalla creazione del mondo 7188 (1680), il 2 giorno del mese di giugno”. 

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Il famoso pellegrino russo monaco Partenio, autore del “Racconto sui pellegrinaggio e viaggio in Russia, Moldavia, Turchia e Terra Santa”, il quale visitò tanti monasteri moldavi negli anni 40 del XIX secolo, scrive: “Il monastero di Suceviţa dove è custodita una croce preziosa, decorata con oro e pietre preziose. Fu donata dal pio zar russo Feodor al grande eremo. Ma quando gli imperatori austriaci devastarono e soppressero l’eremo, i monaci portarono la croce nel monastero di Suceviţa, dove ancor oggi è custodita”. Entro la fine del XIX secolo le tracce di questa croce spariscono.

Un esempio della beneficenza russa molto interessante è legato ad una chiesa presso la città di Brașov in Transilvania. Per un lungo periodo questa chiesa veniva mantenuta alle spese dell’imperatrice Elizaveta (Elisabetta) Petrovna. Nel 1744 ella vi inviò tanti e vari doni, un completo dei libri liturgici compreso. I doni furono trasmessi tramite l’arciprete Eustrazio. Dopo cinque anni la zarina spedì alla chiesa i tre arredi dei vestimenti liturgici, eccezionali per l’esecuzione artistica e molto cari, ricamati d’oro. Dopo ancora due anni la chiesa presso Brașov fu da lei completamente restaurata, come riporta la targa commemorativa di marmo: “Questo santo luogo fu rinnovato grazie alla generosità di Elizaveta Petrovna, autocrate di tutta la Russia invitta, nel 1751”. Nella chiesa c’era custodito un antico sinodikon, tradotto dal bulgaro in rumeno nel 1752, in cui venivano iscritti i regnanti russi: “L’imperatrice Elizaveta Petrovna di Russia. Ekaterina (probabilmente, Caterina la Grande). L’imperatore Nikolaj (Nicola) Pavlovich di Russia”. I rumeni onoravano la memoria dei donatori regali anche in altri monasteri. Il monaco Partenio scriveva sui monaci della Bucovina: “Leggono e cantano in slavo dai libri russi; alle ektenie (intercessioni) commemorano il piissimo imperatore di Russia”.

Illustration_10.jpgSe pensate che i rapporti fra la Russia e le terre moldavo-valacche nei XVII-XVIII secoli si formassero come rapporti fra un donatore e un ricevente, vi sbagliate. La Russia stessa e la sua cultura ricevettero diverse “cariche” potenti dell’influenza moldava. Per esempio, al nome dell’archimandrita Paisio (Velichkovskij), che trascorse tanto tempo nei monasteri della Moldavia, è legata la diffusione in Russia dell’antica tradizione monastica della direzione spirituale di un monaco giovane da parte di un monaco sperimentato. Noi chiamiamo questo fenomeno “starcestvo” (dalla parola russa starets, vegliardo). A causa delle particolarità dello sviluppo religioso dell’Impero russo nei XVIII-XIX secoli, lo starcestvo rinascente uscì fuori il recinto dei monasteri e diventò un fenomeno di tutta la Chiesa: l’autorevolezza degli starets risultò importante per un numero notevole dei laici ortodossi russi.

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Occorre menzionare Antioch Cantemir, figlio del principe moldavo, che fece il diplomatico russo. Oltre alla carriera diplomatica, Cantemir acquistò la fama di un uomo di lettere. Scriveva satire, favole, poemi, epigrammi. Cantemir viene considerato uno dei più notevoli rappresentanti della letteratura russa del XVIII secolo. Anzi, talvolta lo chiamano il fondatore della letteratura russa civile.

Sarete sorpresi, ma uno dei primi chi descrivettero l’Estremo Oriente russo come lo conosciamo adesso è stato anche un rumeno. Così il pensiero scientifico russo è stato arricchito grazie a Nicola Spatario, discendente della nobiltà moldava. Negli anni 1670, guidando l’ambasciata russa a Pechino, Spatario teneva un diario, secondo i materiali di cui egli compilò una descrizione di molti siti naturali della Siberia, della Cina e dell’Estremo Oriente.

Più di mezzo secolo fa il noto bizantinista Dmitrij Obolenskij ha introdotto nell’uso scientifico il concetto del “Commonwealth bizantino delle nazioni”, o the Byzantium Commonwealth, segnalando così l’esistenza di un’unità culturale soppranazionale di molti popoli e paesi, la cui asta è la tradizione bizantina. La Russia e le terre moldavo-valacche sono state e rimangono tutt’ora una parte di questo “circolo bizantino”, basato sul fondamento della fede ortodossa. L’unità della fede, rafforzata dalla lingua liturgica commune, e più tardi anche i motivi politici hanno condizionato l’interesse reciproco fra le due nazioni lungo i secoli.


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