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L’intervista dell’arcivescovo Leonid di Vladikavka…

L’intervista dell’arcivescovo Leonid di Vladikavkaz e dell’Alania al giornale “Dimokratiki tis Rodou”

Nell’intervista del vice-presidente del Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne del Patriarcato di Mosca arcivescovo Leonid di Vladikavkaz e dell’Alania al giornale “Dimokratiki tis Rodou”, fra l’altro, è stato toccato il tema delle divisioni nel mondo ortodosso e della situazione in Ucraina.

– Eccellenza, Lei ha studiato in Grecia, parla fluentemente il greco. Potrebbe condividere le Sue impressioni degli studi ad Atene? Cosa ricorda?

– Dal 1998 al 2002 vissi in Grecia e studiai alla Facoltà di teologia sociale dell’Univesità statale di Atene, allo stesso tempo facendo il sacerdote della chiesa inferiore russa di San Panteleimon su Acharnon. Ricordo quei tempi con calore e affetto, quei bei luoghi e persone molto buone attorno a me. La Grecia mi ha affascinato. Chiese, monasteri, capolavori di architettura, il ricco patrimonio della Grecia antica, lo stile di vita, la sua percezione – tutto ciò era nuovo per me. All’epoca si usava ancora la dracma. I quattro anni vissuti lì e pieni di impressioni vivide e interessanti mi hanno dato un’esperienza colossale e rimarranno nel mio cuore per sempre. Con particolare trepidazione conservo il ricordo del monumento al re Leonida presso le Termopili e della strada che porta ad esso.

– Lei lavora nella sfera della diplomazia ecclesiastica ormai da 20 anni. La rottura della comunione fra il Patriarcato di Mosca e quello di Costantinopoli ci ha addolorati tutti. Come la Chiesa russa spiega questa rottura? Quale è la sua posizione adesso?

–     Lei ha ragione, la rottura fra i nostri Patriarcati ha addolorato tutti nel mondo ortodosso. Io stesso la vivo come una tragedia personale perché una parte notevole della mia vita è legata alla Grecia, all’Ortodossia greca.

Però – lo voglio sottolineare – la Chiesa russa non è responsabile di questa rottura. Purtroppo, molto spesso la crisi ecclesiale ucraina viene presentata come un conflitto di giurisdizione fra le due Chiese. Ma una tale interpretazione è completamente sbagliata. Il Patriarca di Costantinopoli e il suo Sinodo non hanno semplicemente istituito la loro giurisdizione in Ucraina, ma hanno fatto qualcosa incompatibile con l’ecclesiologia ortodossa. Il metropolita Onufrij di Kyiv e di tutta l’Ucraina e più di 100 vescovi della Chiesa ortodossa ucraina sono stati improvvisamente dichiarati non canonici che illecitamente e quelli che “si attribuiscono illegalmente” i loro titoli. Allo stesso tempo, il Patriarca di Costantinopoli ha dichiarato l’unica Chiesa canonica in Ucraina un gruppo degli scismatici non pentiti che si erano separati dalla Chiesa ortodossa ucraina e litigavano contro essa. Così, con un semplice tratto di penna la Chiesa in Ucraina e la struttura scismatica in questo paese “si sono scambiati i posti”. Forse, una cosa del genere è possibile nella fantasia di qualcuno, ma non nella Chiesa ortodossa.

Vorrei ripetere: la Chiesa russa non è responsabile della rottura della comunione fra le nostre Chiese. Anzi, il Patriarca di Costantinopoli stesso ha rotto la comunione con la Chiesa ortodossa ucraina perché, secondo lui, una tale Chiesa non esiste più. Si può immaginare che il Patriarca di Costantinopoli inviti il metropolita Onufrij di Kyiv e di tutta l’Ucraina a concelebrare? Da parte nostra, siamo stati costretti a rompere la comunione con la Chiesa di Costantinopoli, seguendo le regole canoniche secondo cui colui che entra in comunione con uno scomunicato, a sua volta viene scomunicato. Non perdiamo la speranza che la comunione fra le nostre Chiese sarà ristabilità. Ma per fare questo bisogna che Sua Santità il Patriarca Bartolomeo rinunci agli atti che non solo trasgrediscono i canoni, ma negano l’ecclesiologia ortodossa stessa.

 – Negli anni del Presidente Poroscenko ho visitato l’Ucraina e le comunità che avevano sofferto la cattura delle chiese. Il video di queste catture mi ha molto sconvolto. I conflitti fra le comunità, le percosse del clero e dei fedeli erano orribili. Qual’è la situazione sotto il Presidente Zelenskij? Il numero dei conflitti è diminuito?

–     Sì, la cattura delle chiese è una delle conseguenze più gravi della concessione dell’”autocefalia” ucraina. Le catture venivano registrate come “passaggi volontari” delle comunità nella Chiesa “autocefala”, ma in realtà le chiese venivano catturate spesso con forza, in base ai documenti falsificati, contro le decisioni dei tribunali. Su internet ci sono molti video in cui dei giovani forti colpiscono donne anziane, gli rompono le braccia, tolgono le croci dai sacerdoti e li buttano fuori dalle chiese... C’è anche un video in cui un sostenitore dell’”autocefalia” ucraina picchia un vescovo…

La maggioranza dei partecipanti alle catture consiste di uomini di idee radicali, ma sono sicuro che non frequentano chiesa. La concessione dell’”autocefalia” li ha spinti alla violenza. Però questo non ha nessun rapporto con la vita reale della Chiesa. Navighi su internet, guardi la cronaca degli uffici liturgici: le chiese degli scismatici sono vuote. Le catture delle chiese sono legate solo alla politica. L’onda principale delle catture è stata organizzata per le elezioni presidenziali del 2019. Dopo il ritiro di Poroscenko e delle autorità locali controllate da lui la tensione si è calmata. Le catture continuano nelle regioni dove Poroscenko ancora mantiene la sua influenza.

 Ciononostante, la minaccia sistematica rimane. Non sono abolite le leggi discriminatorie verso la Chiesa ortodossa ucraina. Anzi, il partito del potere ha registrato una serie di progetti di leggi, uno dei quali permette al Presidente e al Consiglio della sicurezza nazionale di proibire senza processo qualsiasi organizzazione religiosa a causa di vaghe accuse politiche, sequestrando la loro proprietà.

È impossibile liquidare la confessione più grande nel paese con una decisione politica. Impressiona la resistenza da parte dei fedeli della canonica Chiesa ortodossa ucraina. Sono persone coraggiose e devote – veri confessori. Praticamente non ci sono casi, quando durante la cattura delle chiese si lasciassero coinvolgere nelle risse, rispondere con un colpo ai colpi. Le comunità che hanno perso le loro chiese e sono state prive della registrazione giuridica, non si dissolvono. Continuano a pregare e celebrare – spesso a casa, a volte per strada. Molte di loro stanno già costruendo nuove chiese.

Il gregge del metropolita Onufrij di Kyiv e di tutta l’Ucraina ha una solida posizione civile e l’intenzione di difendersi nei confini della legge. In pochi giorni hanno raccolto un milione di firme contro le leggi discriminatorie e le hanno portate direttamente nell’ufficio del Presidente. Se la pressione da parte delle autorità aumenta, penso che sarà come in Montenegro: la gente ortodossa in milioni scenderà in piazza.

 – L’Ortodossia ucraina potrà essere riunita?

– La Chiesa locale si basa sulla fede e sulla devozione dei suoi fedeli. Invece lo scisma dipende dalle circostanze politiche. La fede e i sentimenti religiosi sono più duraturi della politica. Dio volendo, le circostanze politiche cambieranno, lo scisma passerà, ma la Chiesa continuerà a vivere. Ogni tentativo di politicizzare la questione sarà vano. Esistono le norme canoniche accettate nell’Ortodossia: assumere gli scismatici spetta a quella Chiesa locale, dalla quale si sono separati, e proprio quella deve accettarli tramite la penitenza. Solo tale riunione sarà solida. Però ci vogliono la conoscenza della situazione e un lavoro tenace e lungo.

– Secondo Lei, chi debba organizzare il secondo incontro ad Amman: il Patriarca Teofilo oppure qualcun’ altro dei Primati? Quanto Lei è ottimista riguardo alla partecipazione delle Chiese autocefale a questo incontro? Ci saranno tanti partecipanti e riusciranno a trovare una via verso la riconciliazione?

– Mi asterrei dalle valutazioni riguardo al numero dei partecipanti e ai risultati di un nuovo incontro fraterno dei Primati e rappresentanti delle Chise autocefale, se avrà luogo. L’iniziativa dell’incontro precedente che ha avuto luogo ad Amman in febbraio dell’anno scorso apparteneva a Sua Beatitudine il Patriarca Teofilo di Gerusalemme. Penso che sarebbe naturale, se anche il prossimo incontro svolgesse sotto la sua egida. Questo sembra naturale anche perché la Chiesa di Gerusalemme è la Madre di tutte le Chiese, dalla quale tutte le Chiese in qualche modo hanno avuto origine. Nella sua recente lettera ai Primati delle Chiese ortodosse Sua Beatitudine ha ricordato che i partecipanti all’incontro dell’anno scorso si sono messi d’accordo di incontrarsi di nuovo per continuare le conversazioni fraterne. Speriamo che la situazione epidemiologica permetterà di realizzare queste buone intenzioni poiché la crisi profonda nei rapporti interortodossi è un problema che debba essere risolto dagli sforzi comuni di tutte le Chiese ortodosse autocefale. Ci dispiace che la Chiesa di Costantinopoli evita decisamente questo dialogo.

–     Quest’anno la Grecia festeggia il 200° anniversario della rivoluzione greca del 1821. Viene sottolineato il ruolo particolare della Russia negli eventi di quei tempi e nei rapporti fri i nostri popoli uniti dall’Ortodossia.

– Infatti, l’unità nella fede era il motivo principale per la partecipazione dei russi al movimento liberatore greco poiché le sofferenze dei greci ortodossi sotto il giogo ottomano non lasciavano indifferente nessuno nella nostra patria. Senza numerose campagne militari di successo intraprese dalla Russia contro la Turchia, senza il Trattato di pace di Adrianopoli che pose la fine della guerra russo-turca e obbligò il sultano a riconoscere l’indipendenza della Grecia è impossibile immaginare l’acquisizione della sua indipendenza. Non è meno importante il contributo della Russia nella formazione dell’élite greca la quale 200 anni fa diventò la forza motrice del movimento di liberazione. Come ha giustamente detto l’ambasciatore della Repubblica greca a Mosca sig.ra E. Nassika, la Russia e il popolo russo per secoli formavano le condizioni favorevoli per molte generazioni dei vostri compatrioti affinché “avessero la possibilità di vivere nel benessere e di dare, a loro volta, molto alla loro seconda patria in tutte le sfere: la politica, l’arte, l’economia, il commercio, l’istruzione e la beneficenza”.

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