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“Attraverso l’Africa camminano...”

“Attraverso l’Africa camminano...”

Illustration_1.jpgDalla storia della missione ortodossa in Africa

Atanasio Zoitakis, Candidato di scienze storiche, professore della Cattedra della storia ecclesiastica (Facoltà di storia dell’Università Statale di Mosca)

Oggi la missione ortodossa in Africa non vive i tempi migliori. Ce ne sono molte ragioni: difficoltà finanziarie, la mancanza dell’unità delle Chiese autocefale, la carenza dei predicatori carismatici e dediti.

Ciononostante, il XX secolo è diventato un’epoca dell’espansione del cristianesimo ortodosso sul continente africano. Le difficoltà attuali non diminuiscono i risultati ottenuti e, malgrado tutto, in varie regioni africane la missione si sviluppa con successo.

La statistica è una cosa contradditoria, soprattutto in Africa.  Nondimeno, è ovvio che sul continente nero ci sono almeno 1 millione degli ortodossi, alcuni parlano addirittura dei 5 millioni dei fedeli, dei quali 4,7 millioni sono africani. Il quadro della missione ortodossa in Africa è estremamente svariato. Alcuni diventano ortodossi dopo aver sperimentato un miracolo: una guarigione, un esorcismo degli spiriti maligni, la scoperta di una fonte d’acqua grazie alle preghiere di un sacerdote. Altri africani hanno conosciuto la Chiesa ortodossa all’estero ed hanno portato l’Ortodossia in casa loro.

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Tutto è cominciato nel 1929. Due preti dell’Uganda, assieme ai loro parrocchiani, lasciarono la Chiesa anglicana e con lo slogan “L’Africa per gli africani!” cercarono di fondare una chiesa propria. Però l’incontro con un sacerdote ortodosso aiutò loro a decidere di convertirsi all’Ortodossia. Il primate della Chiesa d’Alessandria il Patriarca Cristoforo II (1939 – 1967) ha creato tre metropolie missionarie: una nell’Africa Orientale (con il centro nella capitale keniana Nairobi), una nell’Africa Centrale e una in quella Occidentale.

Il Patriarca Nicola VI (1968 – 1986) ha continuato l’opera del suo predecessore ed ha fondato due nuove metropolie: una in Sudafrica (Città del Capo) e una in Zimbabwe. Un passo importante è la consacrazione dei rappresentanti dei popoli africani come vescovi e metropoliti. Questo fatto ha conferito alla missione del Patriarcato una dimensione ancora più grande.

La missione ha avuto il successo non solo grazie all’abnegazione dei predicatori, ma anche all’aiuto disinteressato dei semplici fedeli. Ecco solo due casi esemplari di molti simili. Con gli sforzi di una piccola diocesi di Filippi (Chiesa ortodossa di Grecia) in Uganda vengono edificati un ospedale, tre chiese e una scuola. Gli abitanti della città d’Itea (la popolazione è meno di 5 mila) hanno raccolto più di 2 tonnellate di vestiti per la missione ed hanno spedito qualche centinaio delle croci del seno in Madagascar.

Oggi la missione ortodossa in Africa continua a svilupparsi in vari paesi: Kenya, Uganda, Tanzania, Camerun, Ciad, Nigeria, Zimbabwe, Madagascar. 

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In maggior parte i missionari cristiani, quelli ortodossi compresi, guardano condiscendenti al fatto che i neofiti introducono alcuni elementi sostanziali delle culture locali nella vita della Chiesa. Diamo la parola ad un missionario cattolico dall’America Latina (la situazione in Africa è uguale): “Dal cattolicesimo ci hanno preso poco... Gli indigeni venerano Cristo in una maniera particolare... Permetto ai miei parrocchiani di fare riti di purificazione, accendere aromi e fumigare la chiesa. I miei indigeni si inchinano ai quattro lati del mondo, offrono la frutta a Dio e danzano in chiesa. Anch’io ballo con loro”.

Certo, per i missionari ortodossi un tale approccio radicale non è caratteristico. Ma alcuni di loro sostengono la così detta “inculturazione” e permettono agli africani di ballare dopo la liturgia e introdurre degli elementi delle loro culture nel cristianesimo.

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In questa sede raccontiamo di un approccio alla predicazione dell’Ortodossia completamente diverso: si tratta di un progetto missionario unico in Congo (l’ex-Repubblica dello Zaire). È stato iniziato dal monaco athonita Cosma (al secolo Giovanni Aslanidis). Le condizioni in questa regione africana sembravano massimamente sfavorevoli per l’Ortodossia. Gli abitanti locali consideravano il colore nero un foriero di sfortunio, e padre Cosma era sempre in abito nero. Le liturgie ortodosse statiche sembravano incompatibili con l’anima africana abituata ai balli e riti chiassosi. Ciononostante, Cosma Aslanidis non accettava nessun compromesso e non cercava di adattare l’Ortodossia alle condizioni locali. Egli trasmetteva la fede ortodossa nella sua variante rigorosa, “monastica”, e inaspettatamente ha avuto successo.

“Dio ha ordinato tutto sì che tutte le mie competenze mi sono state utili”, - diceva padre Cosma dopo. Conosceva bene l’elettricità, l’edilizia, l’elettronica, la mecchanica, aveva fatto gli studi medici presso la Croce Rossa e aveva ottenuto il diploma di sommozzatore. In seguito spesso forniva assistenza medica e una volta addirittura salvò un piccolo africano dalla morte sicura. È stato così. Una sera padre Cosma passava un lago e all’improvviso vide un grande gruppo di persone che piangevano. Un bambino era stato caduto fuori di una barca e andato sott’acqua. Padre Cosma s’immerse diverse volte a 10 metri di profondità ed alla terza volta riuscì a tirare fuori il bambino aggrovigliato nella lenza. Il pianto fu sostituito dalla gioia di tutti, pieni di graditudine al sacerdote ortodosso che aveva salvato il bambino dalla morte certa.

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All’età di 18 anni Giovanni cominciò a fare i primi passi sul cammino missionario. Egli organizzò le brigate di studenti-volontari per costruire degli istituti di beneficenza, contribuì alla conversione di massa degli zingari all’Ortodossia ed iniziò la costruzione di un villaggio e una chiesa per loro. Con l’aiuto dei volontari Giovanni ha eretto delle croci gigantesche che ancora oggi sovrastano molti luoghi nella diocesi di Florin.

Nel 1975 Giovanni Aslanidis fermò i suoi studi e all’età di 33 anni andò in Zaire. Pieno di entusiasmo, esperienza, fervore e risolutezza, Giovanni cominciò a costruire chiese. Entro la fine della giornata era così stanco che andava a letto in scarpe, non essendo in grado di togliersele. Inoltre, un giorno Giovanni prese troppo sole e per il resto della sua vita soffriva di forti mal di testa. “Il clima africano è molto pesante per gli europei. La febbre è il mio stato permanente. Le forze finiscono, ma non posso fermarmi. L’opera deve continuare”, - diceva lui.

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I missionari cattolici e protestanti si stupivano, vedendo apparire una chiesa ortodossa dopo l’altra. Funzionava una “catena di montaggio” inventata da Giovanni: una brigata erigeva le mura, la seconda faceva il tetto, la terza montava le finestre, la quarta dipingeva ecc. Non era ancora finita una chiesa, ma già cominciavano a costruire un’altra. Nonostante l’assenza completa della tecnica moderna, con l’aiuto della gente locale Giovanni riuscì a costruire 10 nuove chiese.

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In settembre del 1976 Giovanni tornò in Grecia per completare i suoi studi al seminario. Nel 1977 egli viaggiò al Monte Athos dove conobbe lo starets (che in futuro sarebbe stato canonizzato)  Paisio l’Athonita.  Dopo una lunga conversazione il giovane ed estasiato Giovanni aprì il suo cuore allo starets, confessandogli il desiderio di diventare missionario. Il saggio asceta, dopo una preghiera, consigliò al giovane di fare i voti monastici nel monastero di san Gregorio sul Monte Athos e, una volta ordinato sacerdote, cominciare la missione, se ci sarà la benedizione dell’igumeno.

In agosto del 1978 Cosma fu ordinato presbitero. Egli arrivò a Katanga e andò alla sua località permanente a Kolwezi  (Repubblica Democratica del Congo). Quando venne in Africa per la prima volta, padre Cosma non conosceva affatto la lingua locale. Egli imparò la frase: “Che cos’è?” e ogni giorno faceva questa domanda agli africani, così memorizzando sempre nuove parole. Dopo qualche mese poteva già parlare bene swahili. Presto la conoscenza della lingua gli permise di tradurre i testi liturgici. Per predicare in regioni lontane, padre Cosma acquistò un forte fuoristrada in cui viaggiava ai villaggi, portando con sé un po’ di cibo e una tenda. Egli convocava la gente e le parlava per ore.

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La missione di padre Cosma ha mostrato che l’Ortodossia, mantenendo la sua identità “tradizionale”, può essere “intelligente” e moderna. Padre Cosma era sempre stato un passo avanti rispetto ai suoi concorrenti e il tempo. Oggi sapiamo quanto importanti sono immagini per l’uomo. Allora, nel deserto africano padre Cosma era indubbiamente un pioniere. Con la batteria della sua macchina alimentava un proiettore e fino a notte tarda mostrava delle diapositive del Monte Athos, della Terra Santa, della vita religiosa dei cristiani. 

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Quando diventava buio, gli africani, per non aver freddo, accendevano fuochi e continuavano ad ascoltare il sacerdote ortodosso con attenzione. Le carità, sollecitudine e compassione di padre Cosma erano insolite per loro, sin dagli anni coloniali abituati ad un atteggiamento completamente diverso da parte dell’uomo bianco. Molte volte il padre rimaneva a dormire nelle loro capanne, anche se non riusciva ad addormentarsi a causa degli odori, insetti, topi, serpenti, suoni dei tamburi rituali che non cessavano per tutta la notte.  

Dieci persone costituirono attorno al padre un cerchio dei compagni più stretti che fu organizzato come un monastero cenobitico. A ciascuno di loro il padre affidò un obbligo. Ad uno egli insegnò di guidare la macchina, all’altro di riparare le macchine, al terzo di conoscere l’elettricità ecc. Ciascuno faceva il suo servizio. Con loro padre Cosma mangiava, pregava in chiesa e di sera gli legeva il Paterikon e le Vite dei santi. Confessava loro e gli dava la comunione.

La sua cura particolare era per i giovani. Cercava di strapparli dall’ambiente immerso nei rituali magici e il sortilegio. A questo scopo, nel cortile della missione ci costruì un convitto di due grandi edifici con un dormitorio, una biblioteca e una sala di lettura. Ci riunì un numero notevole dei giovani studenti delle scuole elementari, medie e superiori. Il padre li istruiva in materie spirituali e scientifiche, confessava e gli dava la comunione, li disciplinava. Il padre insegniò loro la preghiera di Gesù, faceva riunioni in cui raccontava dei padri del deserto e le vite dei santi.

Il compito principale di Cosma dal monastero athonita di San Gregorio era la costruzione delle chiese e la preparazione dei chierici. Il convitto da lui fondato è diventato la “fucina del personale”. Padre Cosma voleva preservare i giovani dai tentazioni mondane e prepararli gradualmente per l’ordinazione. Egli mandava gli africani devoti al Monte Athos affinché trasportassero l’esperienza vissuta nella patria. Padre Cosma credeva che il monachesimo avrebbe avuto un ruolo eminente nella diffusione dell’Ortodossia sul continente africano. Presso il centro missionario egli ha fondato un convento femminile di San Nettario e preparato la fondazione di un monastero maschile. Padre Cosma si sforzava con tutti i mezzi possibili per rinsaldare i legami dei cristiani africani con i monasteri del Monte Athos. Per questo fine adoperava le regole monastiche athonite, traduceva gli insegnamenti degli starets, faceva ascoltare le registrazioni dei cori monastici, mostrava delle foto con i paesaggi e i monaci del Monte Athos.

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Il segreto del suo successo consisteva nell’approccio complessivo alla missione. Oltre ai programmi della costruzione delle chiese, della traduzione dei testi liturgici e spirituali, della preparazione dei chierici ed insegnanti, dell’istruzione degli iconografi, delle sarte per cucire oro e dei cantanti, padre Cosma si prendeva cura dello sviluppo culturale e della prosperità economica degli africani. 

Illustration_11.jpgEgli insegnava agli ortodossi del Congo la preghiera di Gesù considerata un mezzo efficace contro la dominanza dei culti demoniaci degli stregoni africani. Lo stesso padre Cosma recitava la preghiera mentale incessantemente ed i suoi discepoli, cominciando dai più piccoli, hanno imparato da soli di fare i rosari e non li lasciavano mai, sempre sussurando: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore”.

Cosma dal monastero di San Gregorio sottolineava: “I nostri fratelli africani sono gli uomini con un ricco mondo interiore. Gli europei di solito li trattano con disprezzo, ma fanno un grande errore. L’anima africana è incline al misticismo, perciò l’Ortodossia ha molto da offrirle, ma solo l’Ortodossia vera, quella monastica, athonita”. 

Per far capire le proporzioni del ministero del padre, riportiamo qui alcuni appunti dal suo diario missionario: “1985, il giorno dello Spirito Santo. Alle 6:00 le lodi e la Divina liturgia in un villaggio che dista 220 km dal nostro centro missionario. Ritornando, abbiamo incontrato un cristiano che portava il cadavere del suo bambino morto. L’abbiamo portato con noi in villaggio. Dopo la mezzanotte sono tornato nella mia cella, dove mi aspettava padre Cirillo per discutere dei problemi urgenti, sorti durante la mia assenza”. “Venerdì, 6/1/89. Abbiamo cominciato il mattutino alle 5:30. Dopo la Divina liturgia sono seguiti 350 battesimi. La giornata è finita alle 19:00, quando abbiamo celebrato 24 matrimoni...”.

Se padre Cosma vedeva macchine rotte in mezzo alla strada, si fermava sempre per ripararle da solo. Se a qualcuno mancava la benzina, tornava al centro missionario per prendere una tanica con il combustibile. Egli sempre dava un passaggio a qualcuno e aiutava a trasferire i carichi, persino quando era fuori strada.

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Per mantenere il nascente sistema d’istruzione (costruire scuole e pagare gli insegnanti) e finanziare la missione occorrevano le cospicue somme di denaro. Per non dipendere dalle donazioni straniere, padre Cosma ha organizzato un grande (occupa 30 000 м2) complesso agricolo, zootecnico e avicolo. Quest’impresa ha garantito l’autosufficienza finanziaria alla missione.

L’azienda agricola ha permesso di sviluppare il servizio sociale. Padre Cosma visitava il lebbrosario in Kazence per aiutare i lebbrosi con cibo e medicine. Ad alcuni mancavano nasi, orecchie, gambe o braccia – i malati avevano bisogno non tanto dell’aiuto materiale, quanto della compassione e della carità. Siccome padre Cosma aveva tanto amore, egli lo condivideva con ciascuno. Aiutando il prossimo, il padre non pensava a se stesso e viaggiava persino di notte, per risparmiare il tempo e assistere la gente.

Ogni due – tre anni il padre andava al Monte Athos per pregare e rinvigorirsi spiritualmente, ma anche per ricevere delle istruzioni riguardo alla sua attività successiva. Durante la sua ultima visita in giugno del 1988 all’improvviso chiamò l’ieromonaco Melezio nella sua cella e gli disse: “Sarai il mio successore”. 

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Infatti, dopo qualche mese l’inattesa morte da martire troncò la sua santa vita e il suo faticoso servizio. Il 27 gennaio 1989, a 55 km dalla città di Lubumbashi, un camion uscì dalla corsia opposta e scontrò con la macchina guidata da padre Cosma. Il missionario morì sul posto, mentre i suoi compagni si salvarono per miracolo.

Per gli africani la morte di padre Cosma è stata una perdita enorme. Ancora oggi la gente visita la tomba del suo padre spirituale ogni giorno per pregare e portare i fiori. Nelle capanne dei congolesi ortodossi, accanto alle icone, ci si può vedere una foto di padre Cosma, e la maggioranza degli uomini neobattezzati si prende il nome di Cosma. In Congo un villaggio è stato chiamato nel suo onore Baba-Kosmas e un collegio tecnico porta il nome “Ieromonaco Cosma di San Gregorio”. Nel luogo della morte del missionario è stato costruito un centro culturale ed educativo che porta il suo nome e contribuisce allo sviluppo spirituale e sociale della regione.

“Tramite lui passavano millioni, ma egli è morto povero e indigente, come deve essere ogni monaco”, - diceva della missione di padre Cosma il suo padre spirituale. Quando il missionario venne in Congo, c’erano un sacerdote, dieci parrocchie e qualche centinaia di fedeli ortodossi. Dopo 10 anni del suo servizio padre Cosma ha lasciato 14 sacerdoti, 2 diaconi, 15 000 battezzati, 48 chiese, 55 parrocchie, un’azienda agricola, 2 convitti, 4 scuole e un monastero. Ma non si tratta solo di numeri. La cosa più importante è che la missione di padre Cosma non era superficiale, ma profonda, e dopo la sua morte la gente non ha abbandonato l’Ortodossia.

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Padre Melezio dal monastero athonita di San Gregorio, successore di padre Cosma, raccontava: “Padre Cosma ha fatto una cosa grande in Africa. Ho trovato qui tutte le regole monastiche del Monta Athos. Tutti i cristiani portano i rosari. In chiese tutti cantano insieme. Prima della Comunione si confessano. Seguono tutti i digiuni. Ogni giorno celebrano tutti i servizi liturgici giornalieri... Ogni Pasqua e Natale i fedeli di regioni lontane vengono in chiesa. A piedi! Fanno 400 km in due giorni”.

Sul solido fondamento, gettato da padre Cosma, i suoi successori ci hanno continuato il suo ministero. La missione ortodossa in Congo si sviluppa con successo. Ci sono stati costruiti 110 chiese, 78 sacerdoti e diaconi servono in 159 parrocchie, 633 insegnanti lavorano in 84 scuole dove studiano 30 000 persone. Oltre a scuole elementari, sono stati aperti i collegi pedagogico, agrario, finanziario e quello del computer, scuole per adulti, per infermiere e anche per surdomuti. In Kolwezi ci sono stati fondati un ospedale e un asilo per bambine. Accanto a ogni chiesa viene costruita una scuola, affinché i suoi alunni si trovino vicino alla chiesa, giochino nel suo chiostro, partecipino alla liturgia.

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L’esempio di padre Cosma dal monastero athonita di San Gregorio e della sua missione in Congo ha un grande valore sia per gli uomini della Chiesa che per i laici. Mettendo da parte lo sconforto, aprendo il suo cuore e rimboccandosi le maniche, padre Cosma ha fatto quasi impossibile, basandosi sulla Parola di Dio. Grazie al suo lavoro pieno di abnegazione e alla sua fede inesauribile, egli ha dato la possibilità della salvezza a migliaia di fedeli.

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