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Intervento di Adriano Roccucci alla presentazione del libro del Patriarca di Mosca e di tutte le Russie Kirill Libertà e responsabilità presso l’Università cattolica di Milano 17 maggio 2010

“La Chiesa ortodossa russa potrà ancora apportare il suo contributo unico e significativo alla civiltà europea e a quella mondiale” – con queste parole il patriarca Kirill si è rivolto al Concilio locale della Chiesa ortodossa russa, subito dopo la sua elezione. Parole che esprimono la convinzione che il cristianesimo abbia da svolgere un ruolo fondamentale anche in questo nostro tempo. Nel cuore del secolo scorso, il Novecento, un’affermazione di questo genere poteva sembrare espressione dell’ingenuità di sognatori o di nostalgici del passato. Da Mosca erano altri i soggetti che aspiravano a esercitare un ruolo da protagonisti nella costruzione di una nuova civiltà che doveva imporsi come modello universale.

Eppure i costruttori del mondo nuovo e dell’uomo nuovo forgiati dall’ideologia marxista-leninista e dalla volontà bolscevica di forzare i tempi della storia hanno conosciuto un fallimento eclatante. La Chiesa russa, fino a vent’anni fa costretta a un’esistenza rattrappita dopo i decenni di persecuzione e oppressione da parte del regime sovietico, oggi presenta il volto di una grande Chiesa, attraversata da correnti di dinamismo religioso e culturale, radicata nella società russa e in gran parte dei paesi ex sovietici, ma anche proiettata in una dimensione di diffusione mondiale.

Dalle pagine del libro che oggi presentiamo emerge il senso della fierezza di essere cristiani, che non si può comprendere senza il riferimento all’itinerario storico da cui provengono il patriarca e la sua Chiesa. La storia del Novecento è stata per l’ortodossia russa una storia terribile. In Russia è avvenuto un vero e proprio massacro di cristiani, soprattutto ortodossi, ma non solo. La persecuzione antireligiosa ha condotto alla morte un milione di ortodossi, uccisi per motivi di fede in Unione Sovietica, secondo le stime più attendibili. La storia della Chiesa ortodossa russa nel XX secolo è la storia di una Chiesa di martiri.

La vicenda dei cristiani russi nel XX secolo, infatti, è anche storia di resistenza cristiana al potere sovietico, alla violenza della persecuzione, in altre parole al male, che si è manifestato in Russia con particolare virulenza e intensità. Nel periodo sovietico i cristiani, come ha osservato un intellettuale russo, fine e profondo quale Sergej Averincev, hanno manifestato uno spirito di resistenza, pacifica e insieme irriducibile.

Quella resistenza è stata, in primo luogo, tenere accesa, come sotto le icone, la fiammella della fede, che è stata anche fiammella di umanità. Così si era espresso l’arcivescovo martire Ilarion (Troickij) ai suoi compagni di prigionia alle Isole Solovki: “Bisogna credere che la Chiesa resisterà, senza questa fede non si può vivere! Se si conserveranno anche solo delle minuscole fiammelle, che brillano appena, da queste un giorno tutto ricomincerà da capo. Senza Cristo gli uomini si divoreranno l’un l’altro”.

Tra i suoi compagni di prigionia era anche Vasilij Stepanovič Gundjaev, nonno del patriarca Kirill, inviato nel 1923 nel lager delle Isole Solovki, e per circa trent’anni pellegrino tra 46 prigioni diverse e sette campi. E la prigionia, sempre per motivi di fede, è stata conosciuta anche dal padre del patriarca. Senza il riferimento a questa storia non si comprende del tutto la forza delle parole e delle idee contenute in questo libro.

Kirill si è formato alla scuola di un grande ecclesiastico russo, il metropolita di Leningrado e Novgorod Nikodim (Rotov). Questi negli anni dell’offensiva scatenata da Chruščëv contro la Chiesa, aveva elaborato una complessa e rischiosa strategia, fondata sulla collaborazione con il regime nel campo delle relazioni internazionali, ai fini della sopravvivenza, e per quanto possibile, del rafforzamento della Chiesa. Era una strategia, come ha recentemente sottolineato il metropolita Ilarion in un bel libro dedicato alla vita e al pensiero del patriarca Kirill, che proponeva una sorta di alleanza tattica con il potere sovietico per la salvezza della Chiesa.

Il disegno di Nikodim, pur in contesti diversi, in una generazione di stampo differente, e pur con altre scelte, si inseriva nella corrente profonda di resistenza cristiana al potere sovietico. Sono estremamente significative le parole dette da Nikodim a un suo interlocutore occidentale: «Voi pensate che facciamo troppi compromessi? Ebbene, se ci chiuderanno tutte le chiese, se ci impediranno tutti gli assembramenti, se ci smantelleranno tutte le strutture, tutto questo lo accetterò. Chiederò soltanto un’unica cosa: che ci lascino celebrare l’ultima divina Liturgia… Perché, anche se non sussiste più niente, sono certo che da questa unica, ultima divina Liturgia, tutto potrà risorgere. Per il resto non voglio oppormi e contrastare: la storia ci dirà se questo è debolezza o se è, invece, fede fino alle ultime conseguenze».

Kirill è figlio di questa Chiesa, che ha tenuta accesa la fiammella della fede, che ha lottato per permettere la celebrazione della liturgia. Da quella fiammella, da quella liturgia, dopo la fine del regime sovietico, tutto è rinato. Certo i problemi e le difficoltà non sono tutti superati, ne sono anzi sorti dei nuovi. Le pagine del libro lo attestano. Ma c’è una forza che emana dalla storia di una Chiesa che, ridotta a condizioni di estrema debolezza, ha conosciuto un itinerario di rinascita a partire dalla fede cristiana custodita negli anni della persecuzione. Proprio per questa storia Kirill è convinto che la Chiesa russa abbia un messaggio da comunicare con forza al mondo: “La storia della Russia nel XX secolo deve servire da ammonimento per l’Europa moderna: la rinuncia alle fondamenta spirituali e culturali di una data civiltà rappresenta una seria minaccia alla sua stessa sopravvivenza” (p. 149).

Un cristianesimo forte, proprio perché non ha avuto paura della debolezza e della debolezza estrema, è quello che testimoniano le pagine del nostro libro. In un tempo in cui il mondo soffre per mancanza di visioni, come ha più volte sottolineato Andrea Riccardi, il patriarca, una delle personalità di maggior rilievo del mondo cristiano, ha il coraggio di elaborare e di proporre una visione per il nostro mondo, per il cristianesimo nel XXI secolo, per il futuro. Il senso della necessità stringente di fornire visioni a un mondo svuotato non è estraneo al pensiero di Kirill, che in un suo recente articolo ha osservato come l’uomo europeo abbia rinunciato “ai tentativi di elaborare una qualche visione generale del mondo” e si ritrovi in una condizione di “vuoto spirituale”, per la quale “segue piuttosto i propri interessi personali e i propri piaceri, che qualsivoglia principio”.

Kirill è uomo profondamente radicato nella tradizione ortodossa, nella sua spiritualità, nella sua liturgia, nella sua visione del mondo. Non indulge però a nostalgie passatiste né alla difesa di arcaismi. Anzi è un ecclesiastico che conosce il mondo e la cultura contemporanei e che sente fortemente la sfida di elaborare una risposta cristiana fondata sulla tradizione alle domande che il nostro tempo solleva per l’umanità del XXI secolo. La capacità di coniugare armonicamente la modernizzazione con la tradizione è l’aspirazione del disegno culturale portato avanti dalla Chiesa russa.

È nel quadro di questa visione va collocata la proposta di una revisione dei modelli culturali del sistema internazionale, portata avanti con decisione in prima persona da Kirill, sin dalla fine degli anni Novanta. In un articolo pubblicato nel maggio 1999, egli ha sostenuto che la sfida fondamentale della nostra epoca è quella dell’elaborazione di un nuovo modello di civiltà che sappia armonizzare i principi «radicalmente antitetici» del neoliberalismo e del tradizionalismo. Kirill critica l’adozione esclusivamente di modelli culturali di stampo liberale e occidentale come standard internazionali. Il conflitto fra globalismo ed universalismo, da un lato, e conservatorismo e tradizionalismo, dall’altro, richiede lo sforzo dell’elaborazione di una nuova architettura culturale del mondo del XXI secolo.

La questione della dignità dell’uomo e dei diritti della persona, che è il tema portante degli scritti riportati nel libro, costituisce il cardine di tale proposta di revisione. L’obiettivo non è quello di negare il valore dei diritti dell’uomo, grazie alla cui difesa, come riconosce Kirill, la Chiesa ortodossa si è potuta liberare dall’oppressione del regime comunista. A essere messa in discussione è l’interpretazione corrente dei diritti dell’uomo da parte della cultura di marca liberale, insieme alla pretesa di farne una concezione di indiscutibile valore universale. In altre parole, viene contestato il proposito di imporre un sistema di pensiero e di standard elaborato all’interno della cultura occidentale come norma a livello mondiale. L’esigenza di cui il patriarca vuole farsi interprete è di coniugare la concezione dei diritti e della libertà dell’uomo con un rinnovato senso della responsabilità morale, radicato nel patrimonio di valori tradizionali formato dalle fedi religiose.

È una battaglia culturale che presenta elementi di natura geopolitica, nel senso di una geopolitica di carattere culturale e spirituale. Infatti, Kirill è convinto che la Russia “debba difendere l’idea di un mondo multipolare e multiforme”, attraverso “l’armonizzazione di molteplici culture e modelli di civiltà”. La Russia, secondo il patriarca, “può diventare il modello per un nuovo ordine mondiale, il cui fondamento non è l’unificazione informe in un unico modello imposto con la forza […] quanto la composizione armonica delle esperienze culturali, basata sull’accettazione della diversità dell’altro, nell’unità data dai valori morali assoluti” (pp.106-107).

La proposta di Kirill è quella di un cristianesimo radicato nella sua identità, che non ha paura di percorrere la via “di un vero dialogo interreligioso, soprattutto tra cristiani e musulmani”, e di un dialogo “serio e scevro da pregiudizi” tra il pensiero religioso e il pensiero umanistico (p.70). Di questo dialogo, a suo parere, il mondo ha bisogno.

Il pensiero di Kirill solleva questioni fondamentali sul futuro del cristianesimo e sul suo ruolo nel mondo del XXI secolo. È stato osservato come vi sia una sostanziale concordanza di vedute con il pensiero di Benedetto XVI. La sfida di un rinnovato rapporto tra ortodossia russa e cattolicesimo è senza dubbio un appuntamento cruciale per il futuro del cristianesimo.

Lo è anche per l’Europa, dove si gioca la partita decisiva per il cristianesimo. Sul piano di una visione geoculturale e geospirituale dell’Europa il collegamento tra Roma cattolica e Mosca ortodossa è vitale. Se la connessione si realizzerà, al cristianesimo sarà possibile dare un contributo sostanziale al profilo dell’Europa, contribuendo a una sua collocazione nel XXI secolo con un messaggio forte da trasmettere al mondo.

Kirill da Mosca, tornata a essere a pieno titolo uno dei grandi centri del cristianesimo, dopo essere stata per decenni capitale del comunismo ateo, guarda il mondo, si interroga sulle sue sfide ed elabora una visione per il futuro. La sua è una visione che chiama a una misura alta del cristianesimo; è una visione che provoca a vivere un cristianesimo né impaurito né instupidito. Torna alla mente la bella pagina di Henri de Lubac, in Il dramma dell’umanesimo ateo, dove si legge della necessità “di vivere il nostro cristianesimo più virilmente, più efficacemente, più fortemente, più eroicamente”. La nota eroica, secondo il teologo francese, consiste nel “resistere con una fierezza umile” “alle attrattive e seduzioni di un falso ideale”, alle mode culturali del tempo. E l’efficacia di questo cristianesimo vissuto virilmente risiede nella “forza della carità”. Di questa nota eroica, la cui forza è l’amore cristiano parla il libro del patriarca. Non è, infatti, un cristianesimo modesto quello a cui rinviano le pagine di questo libro bello e importante. È la bellezza di un cristianesimo esigente che spinge ad alzare lo sguardo e a volare alto, ad avere il coraggio di una visione.

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